Libera Cronaca da Italia Bene comune di pochi 1056 del 16 e 17 luglio

Libera Cronaca da Italia Bene Comune di pochi 1056 del 16 e 17  luglio  2013

I corrotti sono in mezzo a noi ma non sono con noi

La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti Innominati

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L’immagine dell’Italia all’estero è quella della vergogna e della non credibilità- INPS 9 miliardi di rosso-3 Pensioni su 4 non arrivano a mille euro

L’Italia è una VERGOGNA e all’estero ne viene data ampia diffusione. Il caso kazako e il razzismo del vicepresidente del Senato Carderoli contro il ministro Kyenge sono la dimostrazione di diamante di questa VERGOGNA che sta straripando, fa perdere  la credibilità all’Italia e coinvolge anche il Pd, perché il governo Letta è un governo politico tra Pd e Pdl  voluto dal presidente Napolitano ma non dagli italiani, che avrebbero votato per un esecutivo diverso da quello che  gli interessi della casta e del consociativismo politico hanno invece partorito.

Ma la VERGOGNA non è finita. Gli italiani ne dovranno aspettare altra se sono si fermerà la spirale di un governo che si spartisce gli interessi di parte, si auto ricatta e non fa dell’interesse generale del paese l’obbiettivo primario da conseguire.  Nell’Italia che siamo diventati si possono approvare e firmare in pochi secondi provvedimenti che tagliano gli stipendi e le pensioni da fame,  che aumento le tasse,  che precarizzano il lavoro. Provvedimenti che impongono di non pagare i debiti della pubblica amministrazione ma non  quelli di rimuovere chi porta alla Vergogna e al discredito  le istituzioni. Sul caso kazako pagheranno vertici della Polizia? Nessuno avverte che questo provvedimento, se non è seguito dalle dimissioni di chi guida in dicasteri dell’Interno e degli Esteri, sarà letto come il solito aggiustamento che non produrrà certo quel recupero della poca credibilità  che è rimasta al paese che siamo diventati. Intanto l’Ue ha chiesto chiarimenti al governo italiano sull’espulsione delle due kazake. Non bastano le dimissioni del capo di gabinetto del ministro Alfano, Giuseppe Procaccini. Un governo tenuto all’oscuro della  riconsegna di una donna e una bambina ad un regime dittatoriale come quello del Kazakistan è un atto istituzionalmente  inaudito e il cui peso non può ricadere unicamente su un funzionario che si auto dimette. Come è possibile che un capogabinetto taccia al ministro che l’ha voluto in quel ruolo una decisione così delicata di espellere dal territorio italiano due donne e consegnarle ai funzionari di un regime dittatoriale come quello kazako?

Se il vicepresidente del Senato Calderoli non può essere rimosso per aver offeso con una forma razzista un ministro della Repubblica Italiana (peraltro per compiacere coloro che volevano sentire l’indecente paragone), qualcuno sa dire che razza di democrazia abbiamo, di cosa veramente parliamo.  Le scuse ufficiali non bastano, perché venute dopo la pressione montante  della riprovazione pubblica.

Pur di salvare l’iniquità con  la quale  è stato scavato un profondo fossato tra gli eletti che godono di privilegi e di tutele e la massa dei meno abbienti che ormai  hanno perso anche la seconda settimana  per arrivare alla fine del mese, degli io pago oppressi e vessati,  questo paese viene trascinato sempre più a fondo. L’Oscse denuncia che nel 2012  la precarietà occupazionale ha interessato  il 53% dei giovani italiani. Una situazione che è stata determinata dalle leggi di questa Repubblica, che hanno permesso lo sfruttamento di massa della forza lavoro giovanile. Ad ottobre potrebbe esserci il punto del non ritorno con una per ora paventata manovra di riequilibrio del bilancio. I conti non tornano. Infatti, a maggio il debito pubblico è salito a 2074 miliardi  di euro: 33 miliardi in più rispetto ad aprile.  Per scongiurare la mazzata finale all’economia che produrrebbe una manovra correttiva, occorre che la revisione della spesa attacchi gli enormi sprechi, la burocrazia che divora tempo e denaro, i costi inaccettabili di una politica che in punta di piedi vuole continuare  a  foraggiarsi alla sostanziosa greppia della così chiamata democrazia italiana.

Giuseppe Vezzoni-addì 16.7.2013

 “Democrazia Diretta”, nasce in Toscana un movimento per cambiare la costituzione

 

Il consigliere regionale Gabriele Chiurli (Gruppo Misto) presenta un nuovo soggetto politico. I colleghi giornalisti sono invitati a partecipare alla conferenza stampa che si terrà domani: MERCOLEDI’ 17 LUGLIO 2013- ORE 12.30. Presso i locali del Gruppo Misto. Palazzo Panciatichi (1° piano – mezzanino), Consiglio Regionale della Toscana Via Cavour, 4 – Firenze

Ufficio Stampa Francesca Puliti per il consigliere regionale Gabriele Chiurli

L’8 agosto l’incontro sul tema acqua bene comune pubblico

Stazzema-  Giovedì 8 agosto, alle 18, si terrà presso il Palazzetto del Cardoso l’incontro pubblico inerente il tema: acqua bene comune pubblico. Oltre agli amministratori di Stazzema, interverranno il presidente dell’Uncem Toscana Giurlani e il Direttore di Gaia spa,  dott. De Martino. In questi giorni si completerà il quadro partecipativo all’incontro e sarà fornita la più ampia informazione per sensibilizzare   i cittadini, le forze politiche e i movimenti in difesa dell’acqua pubblica ad intervenire.

Giuseppe Vezzoni-addì 16.7.2013

 

 

Mostra La Versilia nell’anima: sabato inaugurazione alla Casa del Berlingaio

Manifesto x WEB

 Stazzema- Sabato 20 luglio, alle 18, presso la Casa del Berlingaio della frazione capoluogo di Stazzema si inaugurerà la mostra La Versilia nell’anima,  un’esposizione di opere di Aristide Coluccini e Franco Miozzo. La mostra resterà aperta fino al 25 agosto. Orario di apertura. LUGLIO : Venerdì e Sabato 16:00 – 23:00- Domenica 10:00 – 12:30, 16:00 – 23:00- AGOSTO : Mercoledì ~ Sabato 16:00 – 23:00- Domenica 10:00 – 12:30, 16:00 – 23:00.

Per gentile concessione dei promotori della mostra, pubblichiamo  questo importante scritto del Dott. Costantino Paolicchi

Aristide Colluccini e Franco Miozzo: La Versilia nell’anima

Pietrasanta celebra quest’anno i centosettanta anni dell’Istituto d’Arte “Stagio Stagi” che il Governo Toscano volle fondare nel 1843, affidando l’insegnamento degli elementi di scultura a Vincenzo Santini, per favorire lo sviluppo della statuaria in Versilia. L’Istituto, che un tempo era denominato “Scuola di Belle Arti” e più comunemente “Accademia”, ha avuto un’importanza fondamentale nella realtà economica e culturale della città e di tutto il comprensorio versiliese del marmo. Diverse centinaia, forse migliaia, di valenti artigiani specializzati nell’esecuzione di opere di scultura, di architettura e di ornato si sono formati sui banchi della Scuola di Belle Arti di Pietrasanta. Un gran numero di studi e di laboratori sono stati aperti nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento da imprenditori capaci e dinamici come Ferdinando Palla e Martino Barsanti, ex allievi della Scuola, che hanno esportato in tutto il mondo opere d’arte sacra e cimiteriale, copie di sculture classiche, rinascimentali e neoclassiche, figure monumentali e celebrative. Ma la Scuola ha annoverato tra i propri allievi alcune forti personalità artistiche che si sono affermate ben al di là dei confini della Versilia nel campo della scultura e della pittura. Alcuni di essi portarono anche un rilevante contributo di esperienza e di sensibilità alla stessa Scuola in veste di insegnanti. I loro nomi tornano prepotentemente alla ribalta in questo anno 2013, in cui l’Istituto d’Arte “Stagio Stagi”, con una serie di valide iniziative, riflette sulla propria storia e sulla funzione che ancora può svolgere nel contesto artistico e culturale della Versilia, e ricorda gli uomini che hanno onorato la Scuola e la loro terra.

Nel corso degli ultimi decenni i nomi e le opere di Leone Tommasi, di Ugo Guidi, di Franco Miozzo, di Aristide Coluccini, di Ferruccio Vezzoni, di Egidio Bertozzi, di Arturo Tomagnini, di Gian Giuseppe Mancini e di molti altri ex allievi della Scuola di Belle Arti, sono stati poco a poco recuperati da un colpevole oblio, sono stati oggetto di indagine critica e riproposti all’attenzione pubblica attraverso esposizioni e pubblicazioni, spesso patrocinate e sostenute finanziariamente dalla Banca della Versilia, della Lunigiana e della Garfagnana, sempre attenta a valorizzare il nostro patrimonio storico e culturale.

È una vocazione e un impegno che si è assunto, a partire dal 2010, anche il Circolo Culturale “La Casa del Berlingaio” di Stazzema, per l’iniziativa appassionata e intelligente di Alfredo Barberi e di quell’instancabile, poliedrico operatore culturale che è Ezio Marcucci. Nell’estate del 2010 la Casa del Berlingaio, antica dimora signorile posta proprio nel cuore dello straordinario paese di Stazzema, ha infatti iniziato la sua attività espositiva con la mostra “I Simi a Stazzema”, organizzata e curata da Alba Tiberto Beluffi, da Maurizio Bertellotti e da Moreno Gherardi; nel 2011 veniva presentato un nucleo di opere inedite del pittore Ugo Bertellotti, allievo di Filadelfo Simi e nell’estate Ezio Marcucci allestiva una bella e commovente mostra: “Le immagini mariane nella tradizione popolare versiliese”; nell’estate 2012 Alfredo Barberi ed Ezio Marcucci erano i promotori di una importante esposizione, dal titolo “Recondite armonie”, nella quale venivano raggruppati numerosi dipinti di Leone Tommasi, Delfo Guidi, Egisto Bertozzi e Gian Giuseppe Mancini, tutti ispirati – fatta eccezione per i ritratti del Mancini – dal paesaggio della Versilia, dal mare ai monti. Questi quattro artisti erano presenti nell’ampia rassegna di Palazzo Mediceo del 19911, insieme a Ugo Guidi, Arturo Tomagnini, Nando e Ferruccio Vezzoni, Renato Garbati, Giulio Andreozzi di Canale, Vincenzo Gasperetti e Franco Miozzo. Il periodo compreso fra le due guerre mondiali è stato per molti di loro, nati nei primi anni del Novecento, quello della formazione e delle più significative esperienze artistiche in una Versilia che, nonostante il regime, appariva ancora ricca di fermenti culturali anche per la presenza – per lo più nei mesi estivi – di autorevoli esponenti della pittura e della scultura a livello nazionale, come Carrà, Funi, Soffici, come Marino Marini, Arturo Dazzi, Libero Andreotti.

Nel 1926 il poeta Garibaldo Alessandrini e il letterato Giulio Paiotti fondavano la rivista “Apuania”: è l’anno dell’arresto di Luigi Salvatori, l’inizio del suo calvario in carcere e al confino. Era da poco scomparso tragicamente il pittore Giuseppe Viner. Pareva allora chiudersi per sempre un’epoca di grandi illusioni che già la guerra aveva spezzato disunendo il gruppo dei Fratelli apuani, scompaginando quell’ideale “repubblica” fondata dal poeta ligure Ceccardo Roccatagliata Ceccardi e che a stento era sopravvissuta alla sua morte. Ora tutto sembrava perduto, l’anima stessa della Versilia pareva smarrita. E la rivista si proponeva di portare nuova luce, di ardere come una lampada nel cuore generoso della Versilia, voleva essere un focolare di pensiero, accendere nuovi ideali e nuove speranze. Veniva riproposta la figura simbolica del Seminatore, quella adottata da Viani per il monumento ai Caduti realizzato insieme a Rambelli nella sua Viareggio. Quella stessa figura che Viner aveva più volte evocato nei suoi dipinti e nei suoi disegni, dove c’era memoria dell’opera di Costantin Meunier e di Millet.

“Seminatori” si dichiaravano i poeti, i letterati e gli artisti che facevano capo alla rivista, della quale Arturo Tomagnini risultava uno dei più assidui collaboratori, perché erano convinti che perfino la morte genera nuova vita, e la sementa è simbolo della rinascita annunciando il ritorno del tempo della felicità e della giustizia per tutto il mondo. Una simbologia, quella del seminatore, a cui resterà fedele fino alla fine il pittore e scultore Franco Miozzo. La rivista “Apuania” fu, per tutti loro, un importante riferimento e un significativo banco di prova.

Al novero degli artisti che abbiamo prima menzionato occorre aggiungere i nomi di Aristide Coluccini e di Alfredo Catarsini, che non erano presenti nella rassegna di Seravezza del 1991 per mere ragioni tecnico-organizzative.

In questa estate 2013 la Casa del Berlingaio apre le porte a due pittori e scultori – Franco Miozzo e Aristide Coluccini – che appartengono al gruppo “storico” che nel secondo dopo guerra dette vita al “Circolo Artistico Versiliese”, a cui aderirono anche Renato Santini, Ferruccio Orlandi, Nicola Arrighini, Elio Benvenuto, Eugenio Pardini e altri ancora.

Franco Miozzo era nato a Ponte di Brenta, nel padovano, il 20 settembre 1909. Nel ’17 la sua famiglia si era rifugiata in Versilia per sottrarsi alla violenza della guerra che infuriava in tutto il Veneto. A Pietrasanta il ragazzo frequenta per sei anni la Scuola d’Arte e impara gli elementi di disegno e scultura sotto la guida del professor Antonio Bozzano. Nell’immediato dopo guerra il giovane ha l’opportunità di incontrare e frequentare Lorenzo Viani, un rapporto determinante per l’influenza che avrà nei suoi dipinti di impronta espressionista, e poi Marino Marini e Carlo Carrà. Si occupa di pittura ma rivela un forte interesse per la scultura, in particolare per l’arte primitiva e più in generale, come annotava Ornella Casazza, “…per le forme più ingenue e spontanee dell’espressione artistica”2. Il servizio di leva, verso la fine degli anni Venti, lo terrà lontano per qualche tempo dagli studi e dai contatti nella ormai “sua” Versilia, ma anche sotto le armi Franco Miozzo continuò a lavorare tanto da riuscire ad esporre alcune opere al Circolo Ufficiali di Bologna.

Tornato a Pietrasanta cercò occupazione negli studi artigianali della città ma la mancanza di autentici stimoli – in particolare nel campo della scultura – lo spinse a recarsi a Roma, dove in quegli anni si viveva un’intensa stagione culturale per la presenza di artisti come Arturo Martini, Mario Sironi, Filippo Tommaso Marinetti, Arturo Dazzi, Felice Carena, Pericle Fazzini. A Roma ottiene una borsa di studio che gli consente di frequentare l’Accademia di Francia del Nudo. Gli anni Trenta e in particolare il soggiorno romano rappresentarono un periodo di notevole arricchimento culturale e artistico e instillarono in Miozzo l’ansia di una continua ricerca formale, in pittura ma forse ancora di più in scultura, che costituirà il segno distintivo di tutta la sua produzione.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale segnò – anche per Miozzo – un periodo drammatico di separazione dagli affetti, dalla Versilia e dal suo lavoro. Richiamato alle armi, fu mandato a combattere in Croazia e in Montenegro. Finita la guerra, torna a Pietrasanta e sposa Vermiglia Angeli, che lo renderà padre di Anna e di Riccardo. Su invito di Arturo Dazzi, nel 1952 iniziava la sua attività di insegnante di plastica e disegno di figura presso l’Istituto d’Arte “Stagio Stagi”, incarico che continuò a svolgere con grande apprezzamento da parte di studenti e colleghi fino al 1975.

Gli anni Cinquanta si configurano essenzialmente come il periodo della pittura e della scultura astratta, dove Miozzo metteva continuamente in gioco sé stesso e la propria esperienza, seguendo il suo naturale impulso per la ricerca che dell’arte è principio essenziale e irrinunciabile alimento. Del resto, Miozzo ebbe sempre grande ammirazione per Arturo Martini, conosciuto nell’ambiente romano, e per la sua arte innovativa, perché – come era solito affermare – “… aveva rivoluzionato quella scultura che era basata sul commercio, come l’arte funeraria. Egli fu per la scultura quello che Picasso era stato per la pittura rompendo con l’impressionismo”3. Miozzo, ricorda Rino Giannini che è stato suo allievo, voleva “…iniziarci al senso profondo dell’arte (…), scuoteva il conformismo istituito aprendo orizzonti diversi”4.

Ne è prova quel suo insaziabile bisogno di tentare nuove forme, nuove soluzioni e possibilità plastiche, anche limitandosi ad un solo soggetto come è avvenuto con il personaggio-simbolo di San Martino, che nella sua scultura occupa un posto di assoluto rilievo. È anzi figura centrale di tutta la sua lunga attività di scultore, a cui dedica ben 110 opere, per la maggior parte terrecotte. A livello simbolico, Miozzo è attratto dal gesto di San Martino, dal suo incontro con il povero raffigurato in un numero incalcolabile di opere che caratterizzano l’iconografia tradizionale del Santo fin dal Medioevo, e che troviamo dovunque in Francia (San Martino è stato vescovo di Tour) e in Italia, nelle chiese e nelle cattedrali dove è venerato. Il mantello diviso dal soldato romano con il povero incontrato per via, identifica un gesto d’amore verso il prossimo e un atto di fratellanza universale. Significava per Miozzo ritrovare la perduta capacità di credere ancora in quel “mondo nuovo”, che aveva acceso di speranza la generazione di Luigi Salvatori e di Bettino Pilli: speranza e attesa per un avvenire diverso, che realizzasse sulla terra una felicità possibile fondata sulla solidarietà. Dopo gli orrori di due guerre mondiali, Miozzo affermava la sua incrollabile fiducia verso l’uomo, verso il futuro, assumendo a simbolo di una rinascita delle coscienze il gesto di San Martino. Come annotava Francis Jacques Mathieu (Fra’ Benedetto del Centro Internazionale di Cultura e Spiritualità di Sillico), “…tutte le opere di Miozzo sono intrise di umanità”5.

È proprio questa umanità, questo sentimento di profonda adesione alla storia degli uomini, di condivisione delle loro pene e dei loro sogni, che accomuna Franco Miozzo ad Aristide Coluccini: era la pietas il punto di vera congiunzione tra due artisti così diversi e tuttavia così vicini nella comune vocazione a comprendere il dolore del mondo e assimilarlo al proprio, ad esprimere nelle loro opere l’esigenza di ritrovare quel perduto eden domestico che la Versilia ha sempre rappresentato: anche per loro, per loro forse soprattutto, perché di questa terra bellissima, martoriata dalla matta bestialità della guerra, della sua innocenza ritrovata in grembo alla Natura, nella serena immutabile grandiosità dei suoi monti, essi sono stati la voce sommessa e tuttavia potente nell’arcaico splendore di molte loro opere; essi sono stati testimoni di un percorso di rinascita e di redenzione che solo poteva attuarsi nella quieta contemplazione del paesaggio, nel ritrovare le ragioni più semplici dell’esistenza negli affetti familiari e nell’amicizia, e nell’arte: ragione di vita perché strumento di autentica conoscenza e di pacificazione tra gli uomini.

Per questo, ne sono convinto, Franco Miozzo e Aristide Coluccini furono grandi amici.

La mostra allestita alla Casa del Berlingaio, pur nella sua evidente incompletezza, vuole non di meno accennare a questo fondamentale aspetto della loro esperienza umana e artistica, presentando di Franco Miozzo alcune tele di ambiente e di ispirazione versiliese, che estrapolate dal vastissimo repertorio delle sue opere assumono valenza e significato nell’ottica che abbiamo appena proposto. Opere che trovano ideale rispondenza tematica e spirituale nei disegni e nelle sculture di Coluccini suggerite e partecipate all’artista di Valdicastello dalla visione dei suoi monti, degli animali e delle creature che popolavano il suo orto, il giardino della sua casa, il vicino torrente, il piccolo mondo antico che era insieme rifugio e proiezione verso l’esterno, mezzo di comunicazione e di relazione per un uomo schivo e solitario e tuttavia generoso, non molto diverso – in fondo – dall’amico Franco Miozzo.

Aristide Coluccini era nato a Monte Preti di Valdicastello il 17 giugno 1915. Il padre, chiamato alle armi fin dagli inizi del conflitto mondiale, fu dichiarato disperso dopo un combattimento sull’altopiano di Asiago nel gennaio 1918. Trascorre l’infanzia e la giovinezza a Valdicastello, dove è allevato dalla giovane madre e dai nonni paterni. Dopo aver conseguito il diploma presso la Scuola di Belle Arti di Pietrasanta, si iscrive al Liceo Artistico di Firenze e poi completa gli studi prima a Carrara e poi a Roma, dove frequenta la Scuola Libera di Nudo del Sindacato degli Artisti in via del Babbuino. Come orfano di guerra, ottiene intorno al 1940 un impiego statale in un ministero, quindi insegna come professore straordinario presso la scuola media di Cassino. Chiamato alle armi, presta servizio a Bologna, presso l’ospedale militare.

Dopo l’armistizio si rifugia a Valdicastello, dove condivide con i paesani l’incubo dei rastrellamenti e delle rappresaglie naziste, che culmineranno con l’eccidio di Sant’Anna del 12 agosto 1944. Fu quella una tragedia che lo segnerà profondamente nell’animo, e accenderà in lui un amore ancora più forte per la vita e per tutti gli esseri viventi: per gli umani come per gli animali e perfino per gli insetti che vivono nel suo pezzo di terra murato. Un sentimento che unito alla semplicità dei costumi, ai profondi affetti familiari, alla generosa dedizione verso i propri alunni, renderà esemplare la figura di Coluccini, ieratica nella sua umiltà quasi francescana, che guarda alla Natura con meraviglia e con stupore e alle creature con infinita tenerezza; è così che Coluccini riscatta il male del mondo, riscoprendo ogni giorno l’innocenza che si incontra nei semplici, negli animali che condividono lo spazio del paese silenzioso, dove tutti si conoscono e dove l’esistenza scorre quieta e silenziosa. È una scelta di vita quasi obbligata per questo artista, un modo di intendere la realtà in contrapposizione con la violenza e l’odio che ottenebra il cuore degli uomini.

La sua completa adesione al figurativo, nel secondo dopo guerra, la forte vocazione al naturalismo corrisponde – nei suoi disegni e nelle sue sculture – all’orientamento consapevole che ha impresso alla propria esistenza.

Nel 1951 aveva sposato Gina, che sarà sempre per lui un fondamentale riferimento, un porto sicuro, la ferma speranza e anzi la certezza di poter trovare finalmente pace dopo tanto penare. Il miracolo si compie proprio lì, nella grande casa di Valdicastello, con il giardino che si animerà di piccole sculture, di un gran numero di disegni, opere tutte ispirate dalla natura circostante, dalla maestà dei monti, dalle campagne ordinate, da scorci del suo vecchio paese, dai volti di persone care. Predilige le pietre del torrente, il tufo e i sassi ferrosi che trova dappertutto, dove individua forme e maschere già immanenti nella materia, che attendono soltanto di essere riconosciute e liberate. E un altro miracolo si compie nella stessa casa, dove dodici anni dopo il matrimonio nasce, ormai insperato, il figlio Antonio.

Disegna incessantemente, con quel suo tratto sicuro, inconfondibile: le galline che razzolano nell’orto, le rane e le farfalle, i buoi al pascolo e cavalli e pecore; figure femminili, donne che lavorano o che si riposano, bagnanti, qualche bellissimo nudo; e tanti tantissimi gatti nelle loro pose strane e curiose, negli atteggiamenti del gioco, del riposo e della caccia. Maschere grottesche e paesaggi quasi sempre riconoscibili nelle colline intorno a Valdicastello. Disegni eseguiti a china, a tecnica mista, a puntasecca su carta pregiata e anche su carta di recupero. Ha lasciato una quantità impressionante di taccuini, perché dovunque andasse doveva portarne uno con sé, per fissare con la matita gli attimi irripetibili della vita nelle sue infinite e imprevedibili manifestazioni. Il taccuino era per l’arte di Coluccini qualcosa di molto affine ai foglietti che Pea usava per annotare – con la sua prosa graffiante – impressioni e ricordi che coglieva per strada o al bar.

Il naturalismo di Coluccini si affina col tempo, si esprime anche attraverso l’osservazione di segni, screpolature del muro o del terreno, di muffe e venature del legno; è attratto dal microcosmo che va discoprendo nell’orizzonte apparentemente limitato del suo vivere quotidiano. Qualcosa che mi ricorda la visione montaliana di “Meriggiare”, dove un “rovente muro d’orto” rivela forme mai osservate prima, e formiche nel loro incedere instancabile, mentre all’intorno si diffondo i suoni dell’eterno concerto della Natura: schiocchi di merli, frusci di serpi e “tremuli scricchi di cicale dagli alti picchi”.

“I miei disegni sono sempre ispirati a fatti precisi di deterioramento delle strade, dai muri delle case alle pieghe dei volti – ha scritto Coluccini – Sono per me messaggi che mi trasmettono vigore, entusiasmo e forza di vivere; ritrovo in essi la forza primordiale e quella libertà del mio io che può fantasticare attraverso questi segni casuali e ricercare immagini dentro la mia fantasia”6.

È un procedimento mentale analogo a quello che suggeriva al Nostro la scelta di un sasso, di una pietra di fiume, di un grumo di minerale ferroso dove individuava a priori la forma di un animale, un volto, una maschera. Coluccini ha studiato gli scultori antichi e i moderni, ma le sue scelte sono tutte a favore di un’arte austera, essenziale, di un primitivismo formale dove la sua poetica incontra il linguaggio più spontaneo e più efficace. “La rupestre incisività di Coluccini – ha scritto Mario De Micheli – non è dunque il frutto di un travestimento estetico, bensì la conseguenza spontanea e sostanziale di una natura solida, elementare, intuitiva”7. Tra i numerosi interventi e testimonianze raccolti in una essenziale antologia critica, prima nella monografia curata da Del Guercio, poi nel catalogo della mostra “Pietre” curata da Antonella Serafini8, quello che mi ha colpito particolarmente è un breve testo di Pietro Cascella del 1977, che scritto da uno scultore per uno scultore che apprezzava molto, definisce con straordinaria incisività il carattere e la poetica dell’opera plastica di Coluccini: “Con Aristide Coluccini – rilevava Cascella – siamo alla pietra come vocazione naturale. Egli infatti possiede, come ogni vero scultore, il senso della divinazione, perché «legge» nel macigno trovato la forma di qualche creatura, prima ancora di compiere l’opera e, cosa ancora più rara, è capace di farne sortire lo spirito (…) Una vita alquanto solitaria gli è di grande aiuto nella meditazione, e quel meditare lo spirito delle montagne Apuane, che fanno da sfondo alla sua casa, lo porta a un senso largo dello spazio e alla perentoria immediatezza della forma. Questa sintesi la ravvisai anche in certe acqueforti che vidi possedevano un segno aspro e naturale”. Coluccini, ribadiva Cascella, possedeva un senso quasi religioso della scultura “…come certi maestri tagliapietre del Medioevo, quelli che ornavano le cattedrali, e questi intagli e figure altro non erano che solide preghiere di pietra”.

Aristide Coluccini e Franco Miozzo – scomparsi il primo immaturamente e tragicamente nel 1977, il secondo in tarda età, nel 1996, con ancora tanta voglia di fare – avevano molte cose in Comune: il carattere taciturno, un po’ introverso, ma anche la generosità con cui dispensavano ai propri studenti e agli ex allievi, quelli della Scuola Media Barsanti il primo, quelli dell’Istituto d’Arte il secondo, conoscenze e incoraggiamenti, stimoli e suggerimenti; l’amore incontenibile per la Versilia, la continua scoperta e la meraviglia che in essi si rinnovava ogni giorno per le montagne, il paesaggio, per la gente semplice e operosa, a volte un po’ rude ma colma di antiche sapienze e di oneste verità; il ritrovare l’innocenza di un paese martoriato dalla guerra, dilaniato dalla cieca violenza, e ritrovarlo così intatto nella purezza della Natura, come se avesse tutto dimenticato, o tutto perdonato: “Perché i monti non tremano – scriveva Coluccini nel suo diario del 1944 – non sorridono, non piangono; sono sempre sereni”. E in altra parte, alla data del 23 dicembre 1944, annotava: “Siamo alla Vigilia Natalizia. Venivo da Viareggio e guardavo la catena dei nostri monti. La guerra, i proiettili che continuamente arrivano e partono, non hanno arrestato per niente la calma austera del nostro Gabberi; la calma, la serenità di questi paesaggi continua, è rimasta ancora viva”9.

Così le montagne, il paesaggio e la gente della Versilia assurgono a simbolo concreto di una fede nell’umanità, di una speranza da coltivare con determinazione e con umiltà: Franco Miozzo e Aristide Coluccini, amici per la vita, si identificano in una visione di serena bellezza dove la Versilia trionfa. Coluccini poeta intimo ed elegiaco della semplicità, Miozzo con la sua ansia incommensurabile di ricerca e di novità, si trovano a sciogliere insieme un canto d’amore per la terra distesa in così breve tratto fra il mare e l’alto marmo. Miozzo esprime il suo profondo sentimento nelle grandi tele dove raffigura donne forti e statuarie, usate alla fatica e alla sofferenza, figlie della pietra e della montagna, che richiamano le dolenti popolane di Viani. Sono immerse in una calda atmosfera solare sui poggi di Capriglia o sulle balze da cui si scoprono i rilievi del Monte Costa, con le cave e i ravaneti, a ricordare sempre la nobiltà del lavoro. Grandi tele dove compaiono a volte- nella nudità che simboleggia la purezza e l’innocenza – spose attorniate da premurose madri e amiche, sporadiche presenze di suore dai grandi cappelli che paiono ali distese di gabbiani. Sono anch’esse una rappresentazione ideale di quell’amore per il prossimo, di quella solidarietà che costituiscono valori primari per i due artisti e per tutti gli uomini di buona volontà.

Queste figure, questi paesaggi, questi simboli di rinascita e di speranza abbiamo voluto portare alla Casa del Berlingaio, perché possano parlarci, nell’incerto dubbioso procedere del nostro tempo, della concreta possibilità di ritrovare nella bellezza della Natura e delle creature che la popolano la forza di reagire, di affrontare le sfide del vivere quotidiano. Perché così è la gente della Versilia, che ha affrontato in passato prove terribili: coraggiosa e vitale, libera e dignitosa, forte e indomabile come le sue donne, le sue pietre e le sue montagne. (Costantino Paolicchi)

Note: (1) L’età della Bellezza. Artisti versiliesi fra le due Guerre”, mostra retrospettiva a cura di Giuseppe Cordoni, Costantino Paolicchi, Umberto Sereni, Seravezza, Palazzo Mediceo, 20 luglio – 15 settembre 1991, ETS Ed., Pisa 1991. (2) O. Casazza, Il modo nuovo e antico di essere toscani, in L’accento interiore. Continuità della figura nella scultura toscana. 1900-1940, catalogo della mostra di Palazzo Ducale, Massa 1996. (3) Rino Giannini, La mia memoria di Franco Miozzo, Google alla voce “Franco Miozzo”, ma anche in L. Gierut, Il San Martino di Franco Miozzo, Petrarte Edizioni, Pietrasanta 2000, p. 73. All’ottima monografia curata da Lodovico Gierut e al saggio di Marta Gierut, In Franco Miozzo, edito dal Comitato Archivio artistico-documentario Gierut, Massarosa 2007, si rinvia per tutti gli approfondimenti su Franco Miozzo scultore e pittore, che non trovano riscontro in questo breve testo. (4) Ivi. (5) L. Gierut, Il San Martino di Franco Miozzo, op. cit., p. 5. (6)Testo autografo rintracciato tra le carte dell’artista, in A.B. Del Guercio, Aristide Coluccini. Scultura. Grafica, Compagnia dei Librai Ed., Genova 1985, p. 7 (7) M. De Micheli, catalogo della mostra “Scultori e artigiani in un centro storico: rassegna arte e lavoro”, Pietrasanta 1979.  (8) A. Serafini (a cura di), Pietre. Aristide Coluccini, catalogo della mostra a Palazzo Ducale di Lucca, Arti Grafiche Mario e Graziella Pezzini, Viareggio 2004.  (9) Aristide Coluccini, Giorni del 1944, diario pubblicato in Pietre, a cura di A. Serafini, op. cit.

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